Caccia a Ottobre Rosso
La telenovela
del Partito Democratico comincia a farsi interessante. Dopo la candidatura
di Beppe Grillo a segretario del PD, il congresso di ottobre sembra
il sommergibile di Sean Connery nel film a cui abbiamo rubato il
titolo, con relativa suspence: nessuno capisce come andrà
a finire.
Quanta adrenalina, rispetto a pochi anni fa (vedi “La guerra
di Piero” o “Salvate il soldato Mastella”), quando
giornalisti e politici tiravano a campare col nulla, con le chiacchiere
da salotto su un partito che non c’era. Come sembrano lontani
Rutelli e Fassino che celebrano gli ultimi congressi di DS e Margherita,
nella primavera del 2007. Si procedeva ancora a passo di lumaca,
il parto politico più lungo della storia, manco fosse il
Concilio di Trento.
Il fatto è che c’era Prodi al governo, Berlusconi all’opposizione,
il fenomeno Grillo non era ancora esploso con i suoi “vaffanculo”,
si poteva appunto tirare a campare (che, come disse Andreotti, “è
sempre meglio che tirare le cuoia”), procedere con le false
primarie che incoronarono Valeriana Veltroni (vedi “Palloni
(s)gonfiati”) proprio come avevano incoronato Camomilla Prodi,
praticamente senza avversari, qualche anno prima.
Ma non è più quel tempo e quell’età,
per dirla in stile carducciano. Berlusconi ha vinto le sue terze
elezioni. Le ultime. L’impero, raggiunto lo zenit, volge decisamente
al crepuscolo, con tutte le nefandezze e le bassezze della fase
finale di una lunga era decadente.
Lo ha ricordato Beppe Grillo, sull’altro versante, in perfetta
sintonia con questa rubrica: “Dalla morte di Berlinguer la
sinistra non ha più dato segni di vita” (vedi “C’era
una volta il comunismo”, in archivio), anche se il povero
Occhetto ci aveva provato, ed è l’unico che meriterebbe
almeno l’onore delle armi. Un quarto di secolo praticamente
buttato via, e sfido chiunque a dimostrare il contrario.
Sono ancora moltissimi gli italiani che vorrebbero continuare così
(ovviamente soprattutto quelli che stanno in pole position, ovviamente
in maggioranza maschi, ovviamente in maggioranza ultracinquantenni).
Ma “Natale quando arriva, arriva”, dice in uno spot
Renato Pozzetto.
La candidatura di Beppe Grillo, che segue quella di Ignazio Marino,
è il segnale che i tempi si stanno accorciando. La migliore
delle conferme arriva proprio dai dalemiani, come Anna Finocchiaro,
o da giornalisti come Mario Pirani, che auspicavano l’ennesimo
rinvio, magari a ridosso delle regionali, per poter rimandare di
nuovo (e forse togliersi di mezzo il povero Franceschini, attribuendogli
l’ennesima sconfitta).
Non andrà così. La caccia a “Ottobre Rosso”
è cominciata. Si potrebbe semplificare in molti modi, tutti
con un pezzo di verità. Il nuovo contro il vecchio. Gli elettori
contro la nomenklatura di partito. Il cambiamento contro la conservazione.
L’alternativa reale al berlusconismo contro gli inciuci in
stile bicamerale. Ma alla fine, la sintesi migliore è di
nuovo quella di Beppe Grillo: le idee contro il nulla. La sua candidatura-provocazione
serve solo a questo: fa emergere alcuni contenuti di quella che
potrebbe essere la nuova sinistra in Italia. Dimostra che un comico
ha più cose da dire dei professionisti della politica. Li
costringe a prendere posizione, oggi soltanto sul suo nome, domani
anche su quello che dice. Perché il segreto del suo successo
è tutto lì, è semplicissimo: Grillo dice da
anni cose su cui regna il silenzio assoluto. La prima vera consacrazione,
è bene ricordarlo, gliel’hanno data i media stranieri
qualche anno fa, quando scoppiò il caso Parmalat che lui
denunciava da tempo: nessun politico aveva niente da dire perché
aveva sempre taciuto. Quindi i giornalisti andarono a parlare con
Beppe Grillo.
Gli esponenti del PD non hanno una posizione chiara praticamente
su niente. Da anni si limitano a correggere posizioni espresse da
altri. Sul tema stranieri, correggono un po’ la Lega. Sul
tema giustizia, correggono un po’ Di Pietro. Sul testamento
biologico, uno dice sì, l’altro no, il terzo forse.
Sulle missioni in Iraq e in Afghanistan, hanno fatto una crisi di
governo. L’elenco è lunghissimo, praticamente infinito.
Ma “Natale quando arriva, arriva”, e tirare a campare
è diventato difficilissimo, quasi impossibile. Bisogna scegliere.
A cominciare dai tre candidati, che dovrebbero cominciare a esprimersi
sui contenuti, che per ora si possono solo immaginare.
Il migliore, come persona, è indubbiamente Ignazio Marino
(come il migliore dei giovani, per ora, sembra Giuseppe Civati).
Un brillantissimo chirurgo, che non deve niente a nessuno, cattolico
praticante e laico convinto. Perfino troppo bello per essere vero.
Gli unici dubbi su di lui riguardano la sua esperienza, il suo riuscire
a muoversi in un mare pieno di squali. Purtroppo vedendolo viene
da pensare: “questo qui se lo mangiano”, e infatti lo
avevano già trombato alla Commissione Senato, colpevole di
non essere succube al Vaticano e di difendere a spada tratta il
testamento biologico contro l’assurda legge proposta dal centro
destra, una sorta di trattamento sanitario obbligatorio per una
nazione intera.
Poi c’è Franceschini, che in queste acque agitate ha
dimostrato di saper navigare. Sicuramente è più sincero
di molti altri quando parla di rinnovamento e di apertura, e forse
potrebbe gestire meglio una fase transitoria (perché quasi
tutta la nomenklatura di vertice è da mandare a casa, ma
una classe politica non si inventa in pochi mesi).
Infine, c’è Bersani, che non sarebbe nemmeno malvagio,
ma porta con sé la zavorra dei tanti burocrati di partito,
in gran parte dalemiani, che a loro volta controllano il sud (cioè
il peggio del centrosinistra tranne poche eccezioni, tipo Emiliano),
hanno il monopolio dei faccendieri e dei traffichini, dei signori
delle tessere in puro stile democristiano (e mafiosetto).
Bersani non può vincere alle primarie. Non a caso i suoi
sostenitori, a partire da D’Alema, detestano ogni forma di
partecipazione dal basso, vorrebbero chiudersi a riccio nel partito-corporazione,
l’unico che conoscono, nonché loro habitat naturale
di politici di professione (ed ex comunisti, che in questo caso
costituisce un’aggravante). La caccia a “Ottobre Rosso”
vale soprattutto per loro.
Un elenco lunghissimo: D’Alema, Violante, Finocchiaro, Bassolino,
LaTorre, Lanzillotta, Jervolino, purtroppo anche Rosy Bindi e tanti
altri. Ma il discorso riguarda anche i veltroniani che appoggiano
Franceschini e i tanti vecchi DC o margheritini: Fioroni, Marini,
Rutelli, Realacci, e tanti altri. Troppi e davvero troppo insignificanti
per essere citati (ne abbiamo tralasciati un bel po’).
Dispiace un po’ dirlo, ma un clamoroso flop di Bersani aiuterebbe
molto ad accelerare la loro dipartita.
Speriamo di sentire qualche proposta seria, dai candidati, di qui
a ottobre, e non solo le polemiche da mercatino viste fin qui. Se
poi qualche audace democratico iniziasse una raccolta di firme per
abrogare le leggi razziali (o pacchetto sicurezza), farebbe cosa
buona e giusta (ma visto l’andazzo è solo un sogno
nel cassetto).
Chiudiamo con un po’ di ottimismo: visto che il PD, nonostante
tutto, va avanti, e Berlusconi, nonostante tutto, va indietro, “comunque
vada, sarà un successo” (Chiambretti).
Cesare Sangalli