Pubblicato
su "Diario" settembre 1998 (see the e. v.)
La strana tranquillità della città più pericolosa
del mondo
Strade di Algeri
Molto più simile a Genova o a Napoli che non al Cairo o
a Rabat, Algeri fa sembrare ancora più assurda la violenza
che la attraversa, a partire dal suo terminale nervoso: la Casbah.
La normalità dell’ “inferno”algerino
Un grande cartello fissa subito le gerarchie: “Premier arrondissement,
Casbah”. Algeri si conosce a partire da qui, dal quartiere numero
uno. Come a ricordare che gli ultimi saranno i primi, perché
la casbah è un quartiere povero e maledetto da sempre, e non
c’è piano regolatore in grado di cambiarla. Il governatore,
Sherif Hashi, sta ripulendo la città, ripristinando piazze
e giardini, restaurando magnifiche case moresche come il Bastione
23, affacciato sul mare. A pochi metri, però, lo spirito occidentale
di questa stupenda città, un po’ Napoli, un po’
piccola Parigi mediterranea, si ferma di fronte al mistero che comincia
in Piazza dei Martiri, dove il cartello con il numero uno annuncia
la fine della logica, dell’illusione di normalità.
Da qui è partita la clamorosa ribellione dell’ottobre
’88, frettolosamente liquidata come “rivolta del pane”
dai media europei. Era piuttosto una miscela esplosiva di contestazione
politica e disperata delinquenza giovanile, un fiume di ragazzi incazzati
che si ammassarono al grido di “Chadli assassino” (Chadli
Benjedid era il presidente algerino) lungo il boulevard “Ernesto
Che Guevara” (nome adattissimo), per scendere giù fino
alla piazza “Primo Maggio”, passando davanti alla “Grande
Poste”, uno dei monumenti alla grandeur francese.
“I giovani insultavano i militari,- ricorda Lila, 38 anni, ex
infermiera - il governo rispose alle contestazioni facendo uscire
l’esercito dalle caserme, in assetto di guerra. I soldati avevano
licenza di uccidere, e cominciarono a sparare senza pietà.
Ho visto cadere decine di ragazzi, accanto alle auto bruciate e ai
negozi devastati: non si era mai visto niente del genere”. L’ennesima
battaglia di Algeri era il segno evidente del corto circuito di una
società: un sistema andato “in bomba” con i terminali
più sensibili nella Casbah e l’“interfaccia” in piazza dei Martiri, davanti alla magnifica moschea di Ketchaua,
tempio del popolino.
Nessuno, nemmeno gli algerini (quanto meno la classe dirigente), si
rese conto della drammaticità della situazione: per molti commentatori
occidentali sembra che la storia dell’Algeria cominci dalle
elezioni amministrative del ‘91-’92, dalla vittoria negata
del Fronte islamico di salvezza e dalla militarizzazione del regime.
Un regime che in realtà era già “blindato”
da anni, completamente sganciato dalla società civile.
E’ incredibile la normalità che si respira oggi ad Algeri,
la città più pericolosa del mondo, l’inferno abbandonato
dai media europei in grado di mostrare quasi esclusivamente il sangue
(e oltretutto con immagini di repertorio, come giurano i numerosissimi
algerini “parabolés” che guardano la Cnn, la Rai
o France International). Girando per le strade di Bab el Oued, uno
dei quartieri più popolari, abitato un tempo dai “pieds
noirs” meno abbienti e dai numerosi immigrati italiani, si vede
la vita rispondere quotidianamente alla morte, il coraggio della normalità
prevalere sul terrore dello stato di assedio: tutti fuori, a riempire
i caffè e i mercati e le scuole, a vedere sfilare un’altra
giornata inutile per la marea di disoccupati, un’altra giornata
eroica di resistenza passiva. Le ragazze sono l’avanguardia
di questa lotta disarmata: sono tante, belle, vestite all’europea;
camminano guardando la gente in faccia, non a occhi bassi come vorrebbe
la tradizione islamica. Sono forti e sembrano saperlo; e forse sanno
anche di fare paura ai coetanei dell’altro sesso, il vero sesso
debole, più o meno consciamente oppresso da una sorta di incomprensibile
doppio matriarcato: quello delle mamme, schiave-padrone dentro le
mura di case senza privacy, dove si vive tutti insieme, con le nuore
e le sorelle controllate e spesso angariate dalla Grande Madre (la
stragrande maggioranza delle famiglie è monogama); e quello
della società postindustriale (ancora nella fase nascente),
che vede prevalere le donne negli studi prima e nel lavoro specializzato
poi.
Il giovane algerino ha un’identità fragilissima: viziato
e controllato in casa, è stato viziato e controllato dallo
Stato, finché è stato possibile, poi abbandonato a tutte
le frustrazioni possibili immaginabili. Era uno stato socialista e
nazionalista, l’Algeria: prezzi politici di molti beni di consumo,
istruzione gratuita, sanità garantita, addirittura biglietti
aerei a metà prezzo per gli studenti. L’orgoglio arabo
è stato alimentato ad arte da un regime sempre più in
crisi di legittimazione (non si può campare trent’anni
sul mito dell’indipendenza); mentre l’occidentalizzazione
di fatto dei modelli comportamentali veniva negata a livello culturale
e politico. Così, più si guardavano le televisioni europee,
più il governo imponeva l’arabo nelle scuole, favorendo
l’ingresso di docenti siriani, iracheni, egiziani e diffondendo
i primi germi della malattia integralista.
Una società con aspettative crescenti è diventata più
povera senza sapere perché, visto che i “figli del regime”
ostentavano una ricchezza sempre più sfacciata. Il socialismo
ipocrita ha lasciato il campo alle politiche di riaggiustamento strutturale
(in pieno corso) facendo sempre le stesse vittime (i giovani disoccupati
o licenziati). Il nazionalismo panarabo ha accettato l’umiliazione
del Golfo e dei palestinesi senza colpo ferire (e intanto erano tornati
a casa i “mujaheddin” dall’Afghanistan e da altre
guerre sante).
Risultato: avere vent’anni in Algeria diventa una condanna all’annientamento
dell’identità. La beffa finale è che, emigrando,
si sceglie un’altra forma di emarginazione: i più europei
fra tutti i nordafricani vengono trattati da pezzenti, da “topi
neri”. In questo tunnel di nichilismo sociale, politico e culturale,
il fondamentalismo si è infilato come in un’autostrada,
rivoltando anime come guanti, rendendo ragazzi algerini irriconoscibili
agli occhi di una società che non poteva accettare di avere
concepito quel mostro: “non sappiamo chi sono”, “parlano
una lingua strana”, “sono infiltrati dall’estero”.
La scarsa conoscenza non è certo aiutata da una stampa coraggiosa
ma castrata dal regime (nessuna notizia sulle stragi poteva essere
pubblicata senza il controllo preventivo del ministero degli Interni),
o dalla Tv di stato (chiamata “L’Unique” dalla gente),
che rasenta livelli grotteschi in quanto ad informazione “ufficiale”.
Le mille parabole montate sui tetti di Algeri non potevano spiegare
ciò che in Europa appare distante anni luce, forse perché rappresenta lo specchio maligno di tutte le contraddizioni occidentali.
Il terrorismo “islamico” mostra già il suo volto
suicida: l’escalation di morte ha perso di vista qualsiasi obiettivo
politico, per accanirsi, alla fine, contro la vita stessa, contro
la speranza, contro il futuro. Sette anni fa i fondamentalisti uccidevano
i militari, oggi massacrano i bambini. Ma dire che i terroristi sono
il male, come fanno gli “éradicateurs” supportati
oggi dai filosofi francesi (Henry Levy, Glucksmann), significa non
vedere il male dentro di noi; significa sottovalutare le trappole
diaboliche della modernità all’insegna di un cieco “fino
a qui tutto bene” (messaggio del film “L’Odio”
di Kassovitz), come se il nostro mondo fosse in un altro emisfero
rispetto all’Algeria (ciò che è esattamente la
percezione di un europeo medio). La rabbia degli esclusi è tanta, e resta una riserva gigantesca di violenza, soprattutto se
lasciata a se stessa.
Una rabbia che si legge negli sguardi ostili di tanti ragazzi, maggioranza
soverchiante (l’Algeria non è una società di sessantenni
come la nostra) che non conta assolutamente nulla. Si salvano soltanto
le numerose coppiette che passeggiano e si appartano nel verde che
sale fino al “Memorial des Arcades”, conosciuto semplicemente
come “il Monumento”: un’oasi di romanticismo e di
nostalgia per il buon tempo che fu, quando i canadesi costruirono
questa gigantesca struttura dedicata ai martiri della guerra di liberazione
in vista dei Giochi del Mediterraneo (1973). Musica a tutto volume
nei caffè, viavai di persone ai chioschi o nelle pizzerie a
taglio, corpulente signore avvolte nel chador con la “baguette”
sotto il braccio, strilloni che vendono i quotidiani indipendenti
(“Liberté”, “El Watan”..) ai semafori,
gente che passeggia con tanta voglia di uscire dall’incubo.
La normalità della società civile travolge i mille posti
di blocco, i soldati con il mitra in mano, i cavalli di Frisia e i
blocchi di cemento piazzati davanti ai commissariati di polizia e
alle pubbliche amministrazioni per impedire le auto-bomba. Solo di
notte il regime militare e la paura sono ancora in maggioranza: le
strade si svuotano (ma non del tutto), gli automobilisti, con gesto
ormai meccanico, spengono i fari e accendono la luce interna in prossimità
delle pattuglie. Ogni tanto capita di sentire spari isolati, ma non
significa necessariamente che stia accadendo qualcosa. Perché
la vera lotta degli algerini, quella che porterà il paese fuori
dal tunnel, è silenziosa, disarmata e sconosciuta per i media
che propongono quasi esclusivamente il (falso) dualismo fra violenza
terrorista e violenza di stato, il (falso) dualismo fra potere politico
e potere economico. Nella notte del terrore algerino, forse c’è
già la luce del nuovo millennio: viene dal Sud del mondo, e
ha il volto di donna.
Cesare Sangalli