Pubblicato
su "Galatea" maggio 2007 - (see the e. v.)
Lo storico conflitto fra hutu e tutsi è
finito
Burundi, un’alba difficile sulle colline
E’ lo stato gemello del Ruanda, ma qui non c’è
stato genocidio: la maggioranza hutu è sempre stata esclusa
dal potere, gestito da militari tutsi. Una lunga guerra civile si
è conclusa grazie alla mediazione di Mandela. Ora che è
tornata la pace, la giovane democrazia burundese cerca di sanare le
ferite di un passato tragico
Bujumbura più che una capitale sembra un luogo di villeggiatura.
Adagiata sul lago Tanganica, immersa nel verde delle colline circostanti,
non ha grandi palazzi, né traffico, né molta gente per
strada. Ha una mitezza così naturale da far risultare incredibile
la sua storia di sangue. Passare dal Congo al Burundi è come
entrare in un altro mondo, molto più rilassato e gentile. Qui
sembra tutto più facile: si possono cambiare gli euro in franchi
burundesi, quando in Congo a volte è difficile far accettare
perfino i dollari (molti guardano la serie o l’anno di emissione,
perché erano state introdotte molte banconote false). Non si
avverte la tensione che si respira costantemente in Congo (anche se
a Kinshasa in misura molto maggiore che all’est, ed è
un paradosso, perché è all’est che si è
scatenata la violenza più atroce). Passeggiando per la capitale
del Burundi, guardando gli studenti che giocano a pallavolo perfettamente
organizzati, osservando le famiglie che escono dalla messa domenicale
(i burundesi sono in grande maggioranza cattolici) verrebbe da essere
ottimisti. E in effetti l’Africa, in Burundi, sembra aver vinto
una delle sfide più difficili, dopo una lunghissima fase di
transizione alla fine coronata dal successo (Nelson Mandela, che sembrava
dover fallire nella mediazione fra le parti in lotta, può essere
orgoglioso del risultato ottenuto).
Hutu contro tutsi, tutsi contro hutu. Le due popolazioni sono forse
le etnie africane più conosciute in Europa, per motivi tragici.
Una lunga scia di sangue, che accompagna tutta la storia di Ruanda
e Burundi; un odio che in certi momenti è sembrato invincibile,
arrivando a coinvolgere perfino molti esponenti religiosi negli omicidi
e nelle violenze; addirittura un Olocausto africano, quello ruandese
del 1994. Si può risalire dall’inferno dove si è
precipitati? La risposta che viene dal Burundi è positiva,
ma il percorso del piccolo stato africano si può accomunare
solo in parte a quello del “gemello” Ruanda.
E’ stata la colonizzazione, tedesca prima e belga poi, ad unire
due regni piccoli ma indomiti in un unico stato, il Ruanda-Urundi.
Ma in Burundi la penetrazione e il controllo degli europei furono
assai più difficili che in Ruanda. La struttura gerarchica
dei due paesi era simile: un re di etnia tutsi, che erano guerrieri
e allevatori di bestiame; un’aristocrazia mista, a sicura prevalenza
tutsi, ma con la presenza di esponenti hutu, grazie anche ai numerosi
matrimoni misti; una base di agricoltori sedentari e tributari del
sovrani, a grande maggioranza hutu. La differenza quindi era più
sociale che etnica, anche perché i due gruppi hanno sempre
parlato la stessa lingua (kinyaruanda e ki-Rundi) e condiviso la stessa
religione (cattolica). La presunta differenza fisica, che vuole i
tutsi di statura elevata (i famosi “vatussi”, trascrizione
di “wa-tutsi”) e di lineamenti più simili agli
europei, rispetto agli hutu più bassi e dalla fisionomia bantu,
non regge all’esperienza concreta: nessuno ha mai potuto riconoscere
con certezza, a prima vista, un hutu rispetto a un tutsi .
E’ stata l’antropologia razzista in voga nei primi decenni
del Novecento in Europa (vedi “Galatea”, maggio 2005)
a enfatizzare fino al delirio le presunte differenze genetiche fra
i due popoli. Gli pseudo-scienziati tedeschi aprirono il varco, e
gli amministratori belgi completarono il capolavoro, inserendo l’etnia
nei registri anagrafici e nei documenti di identità, documenti
che saranno uno strumento letale al momento del genocidio in Ruanda.
L’etnia di appartenenza diventa un destino, ancora più
di quanto lo fosse prima della “civilizzazione”: i tutsi,
ritenuti geneticamente più intelligenti e ambiziosi, possono
entrare nell’esercito e nell’amministrazione coloniale;
gli hutu sono manovalanza per i lavori agricoli.
Le proporzioni fra le due popolazioni sono simili nei due paesi: oltre
l’ottanta per cento è hutu, i tutsi sono meno del venti
per cento. Ma la frustrazione degli hutu è molto più
forte in Ruanda, dove trova un canale di sfogo insospettabile nelle
strutture della Chiesa cattolica. I seminari rappresentano in pratica
l’unica possibilità di avanzamento sociale per gli hutu;
ed è proprio in seminario che si forma il leader della “rivoluzione
hutu”in Ruanda, Grégoire Kayibanda. L’ascesa di
Kayibanda è simile a quella di molti altri politici africani
degli anni Cinquanta: origini popolari, idee progressiste, grande
carisma, forti ambizioni e capacità di trascinare le masse.
In Burundi invece il movimento indipendista nasce dall’alto,
emanazione diretta della famiglia reale: è il giovane principe
Louis Rwagasore, che ha studiato in Belgio, a fondare il partito UPRONA
(“Union pour le Progrès National”) e a rivendicare
l’indipendenza da Bruxelles.
Per quanto possa sembrare strano, il Belgio appoggia il leader hutu
“proletario” Kayibanda in Ruanda e osteggia l’aristocratico
tutsi Rwagasore in Burundi. Siamo alla fine degli anni Cinquanta,
e il percorso dei due paesi gemelli si divide.
In Ruanda, il movimento dell’ex seminarista Kayibanda prende
presto una piega violenta nei confronti dei tutsi: scalzarli con ogni
mezzo dalla loro posizione privilegiata sembra più importante
della stessa indipendenza. Non è un caso che il Ruanda rimarrà
sempre nell’orbita occidentale: il Belgio e la Francia vi avranno
in ogni momento un ruolo predominante.
In Burundi invece la lotta è prima politica che etnica: il
partito fondato dal principe Rwagasore voleva essere il partito di
tutti i burundesi, anche se poi resterà sempre a dominio tutsi.
A contendere il primato dell’UPRONA nazionalista infatti non
è un movimento politico hutu, ma il Partito Democratico Cristiano,
fedele alleato del Belgio. Il principe Rwagasore incita la popolazione
alla disobbedienza civile, chiede ai burundesi di non pagare tasse
all’amministrazione coloniale e di boicottare tutti i negozi
belgi. Per tutta risposta, i belgi lo mettono agli arresti domiciliari.
Non c’è da stupirsi che alle elezioni del 1961 per il
parlamento, che è ancora sotto l’autorità coloniale
(ufficialmente “amministrazione fiduciaria” delegata al
Belgio dall’ONU), l’UPRONA ottiene l’ottanta per
cento dei voti (il che significa che è votato tanto dai tutsi
che dagli hutu), e il principe Rwagasore viene nominato capo del governo
con l’incarico di preparare il paese per un’indipendenza
ormai imminente.
Ma il progetto del nuovo Burundi dura solo due settimane (un po’
come il Congo di Lumumba): il 13 ottobre 1961 il principe viene assassinato
mentre sta cenando all’Hotel Tanganyika. Non aveva neanche trent’anni.
Il killer è un greco di nome Kageorgis, al soldo, si dice,
dei rivali del Partito Cristiano Democratico amico di Bruxelles. E’
solo l’inizio di una spirale di violenza che si protrarrà
per più di quarant’anni, fino a degenerare in vera e
propria guerra civile su base etnica. Se all’inizio era solo
lotta di potere, successivamente ogni ondata di uccisioni ne produce
un’altra uguale e contraria, sempre più forte e sempre
più estesa alla popolazione.. Non ci sono buoni e cattivi,
in questo tipo di storie. Però, schematizzando molto, si può
dire che in Ruanda gli hutu si sono trovati perlopiù nel ruolo
dei carnefici; in Burundi in quello delle vittime. Fatto sta che in
Burundi gli hutu tentano di rovesciare la monarchia nel 1965, ma non
ci riescono. La repressione dell’esercito dominato dai tutsi
è feroce, e porta direttamente al colpo di stato del 1966:
il re ormai non serve più a nessuno, il Burundi diventa una
repubblica guidata con pugno di ferro dal generale Michel Micombero,
che è allo stesso tempo presidente, primo ministro e segretario
generale dell’UPRONA, diventato partito unico.
Da quel momento, la storia del Burundi si può riassumere facilmente:
ogni volta che gli hutu provano ad alzare la testa, l’esercito
scatena la mattanza generale, indiscriminata. Ad un dittatore militare
se ne sostituiva un altro, non solo di etnia tutsi, ma proveniente
sempre dalla stessa regione del sud, quasi dallo stesso clan, ad un
ritmo più o meno decennale di colpi di stato. Così,
Micombero fu deposto dal colonnello Jean Baptiste Bagaza nel 1976;
e Bagaza venne cacciato dal maggiore Pierre Buyoya nel 1987. Perfino
il numero delle vittime era ripetitivo, al momento dei massacri principali:
furono 150mila gli hutu sterminati nel “pogrom” del 1972;
e altrettanti nella mattanza dell’estate 1988, con il lago Tanganica
che ogni volta si riempiva di cadaveri galleggianti.
La strage del 1988 però passò meno inosservata del solito,
visto che in qualche modo il mondo si faceva sempre più “villaggio
globale”. Buyoya fece qualche passo, almeno a livello ufficiale:
istituì una commissione di inchiesta che doveva indagare sui
responsabili dello sterminio, e cominciò a parlare di riconciliazione
nazionale e apertura alla democrazia. Gli hutu nel frattempo si erano
organizzati politicamente nel Fronte Democratico del Burundi (FRODEBU),
e quando finalmente arrivarono le prime elezioni libere dai tempi
del principe Rwagasora, non si fecero trovare impreparati. Era il
1993, in qualche modo l’anno della svolta (o se volete, l’inizio
ufficiale della guerra civile).
Le elezioni del 1993 non segnano solo la vittoria della maggioranza
hutu sulla minoranza tutsi, com’era prevedibile. Sono anche
la vittoria di un civile (Melchior Ndadaye, che diventa il primo presidente
hutu del paese) contro un militare (Buyoya), e dell’opposizione
rappresentata dal FRODEBU contro il partito dell’establishment
(UPRONA): le percentuali di consensi dimostravano che il popolo burundese
non ragionava in termini esclusivamente etnici. Lo si vedrà
chiaramente negli anni a venire. Ma ancora una volta, la scelta delle
urne è soffocata dalla forza bruta: a pochi mesi dall’insediamento
del nuovo governo, in cui sono presenti entrambe le etnie, un gruppo
di paracadutisti tenta un colpo di stato. Il presidente Ndadaye viene
arrestato e ucciso, come molti altri esponenti hutu. Il colpo di stato
fallisce, ma il Burundi precipita nel caos, con una presidenza vacante,
un parlamento paralizzato in dispute surreali, un governo che non
conta niente. Nel paese dilaga lo scontro armato, che assume la fisionomia
della guerra civile perché molti hutu,non credono più
alla sola lotta politica, e si organizzano per ribattere colpo su
colpo, militarmente. Uno di loro è il futuro presidente François
Nkurunziza, che lascia la sua cattedra universitaria per raggiungere
la guerriglia. Dietro le quinte, Buyoya aspetta solo il momento giusto
per imporre di nuovo la legge del più forte. Nel 1996 pone
fine alla farsa della democrazia ufficiale con l’ennesimo colpo
di stato, inaugurando il suo secondo regime personale che durerà
sette anni, fino al 2003.
Sono sette anni che vedono tutta la regione dei Grandi Laghi in preda
alla guerra.
Parallelamente, la diplomazia si adopera per cercare di trovare soluzioni
durevoli di pace. Per il Burundi si impegna personalmente Nelson Mandela,
che prende il posto di un altro storico leader africano, il presidente
della Tanzania Julius Nyerere. Dopo anni di trattative, si arriva
agli accordi di Arusha dell’agosto 2001. Ma il conflitto interno
non cessa, anche perché Pierre Buyoya non è affatto
intenzionato a cedere il potere; allo stesso modo, le forze del Fronte
di difesa della democrazia (Fdd) non accettano la smobilitazione.
Il Burundi sembra un caso disperato, in condizioni perfino peggiori
del Ruanda che pure ha vissuto la mostruosità del genocidio
dei tutsi (e degli hutu che si opponevano) del 1994.
Ma la realtà è ben diversa. In Ruanda la pace viene
imposta con la pura forza militare. Paul Kagame è l’uomo
forte che controlla tutto il potere. Ha l’appoggio quasi incondizionato
degli Stati Uniti e sfrutta l’occupazione delle regioni minerarie
del Congo per armare il suo esercito ed arricchire il suo regime ed
il paese. Il gioco funziona alla grande, tanto che oggi il Ruanda
viene presentato come un paese pienamente ristabilito, con una grande
crescita economica, i conti in regola, e la riconciliazione fra hutu
e tutsi già avvenuta (in sostanza è ciò che scrive
recentemente l’inviato di “Repubblica” Sergio Ramazzotti).
L’abbandono dei legami con la Francia in favore degli USA si
nota anche dal fatto che il Ruanda sta diventando un paese anglofono.
Il Burundi, al confronto, appare derelitto, ancora instabile, incapace
di modernizzarsi, di andare oltre la produzione di caffè, unico
bene di esportazione. Ma invece sul piano politico il suo percorso
è stato limpido e democratico, senza avere oltretutto alle
spalle il livello di abiezione morale in cui era sprofondato il Ruanda
(non solo per il milione di persone massacrate, ma soprattutto per
i 600mila carnefici, e la stima è per difetto, senza contare
gli infiniti casi di complicità). I burundesi dal tunnel ci
sono usciti con le loro gambe, attraverso le urne, e senza padrini
o padroni.
Con grande fatica, si arriva ad un governo di transizione (2003):
Buyoya si fa finalmente da parte, il presidente provvisorio è
Domitien Ndayizeye, leader hutu del FRODEBU. Si tratta di elaborare
una nuova costituzione, di sottoporla al referendum popolare, e quindi
indire nuove elezioni con la partecipazione dell’ex movimento
guerrigliero delle Forze della difesa della democrazia (Fdd) trasformato
in movimento politico. Le cose procedono più lentamente del
previsto, un po’ come nel vicino Congo. Il fatto è che
molti esponenti politici, fra cui il presidente Ndayizeye, sono ormai
abituati a vivere nella mediazione costante, che dura da anni, senza
sottoporsi ad un vero giudizio popolare. Si assiste anche ad una strana
concertazione (in Italia si direbbe “inciucio”) fra i
partiti storici degli hutu e dei tutsi, il FRODEBU e l’UPRONA,
che più passa il tempo e meno sono rappresentativi.
Dopo vari rinvii, arriva il momento tanto atteso. Il 28 febbraio 2005
viene approvata la nuova costituzione, con un afflusso incredibile
alle urne: il 92 per cento della popolazione. Nell’estate dello
stesso anno, le elezioni provocano un terremoto: i due partiti storici
vengono quasi cancellati, in parlamento entrano in massa i rappresentanti
delle Fdd coalizzate con altri oppositori in quello che ormai è
un partito interetnico. Il 26 agosto, quasi all’unanimità,
il parlamento elegge il nuovo presidente, Pierre Nkurunziza. Fervente
cristiano protestante, classe 1965, Nkurunziza, come abbiamo visto,
è un ex docente dell’università di Bujumbura che
si è unito alla guerriglia dopo essere fortunosamente sfuggito
al regolamento di conti nei giorni del colpo di stato del 1993. Per
gran parte della popolazione rappresenta il cambiamento, il leader
di una nuova generazione politica burundese che cerca un futuro migliore.
La novità è rappresentata anche dalle donne, che entrano
nel nuovo esecutivo in posti chiave: il ministero degli esteri, quello
di giustizia, la vicepresidenza.
Il primo passo concreto del governo Nkurunziza è stata l’apertura
gratuita dell’educazione primaria a tutti. Una grande svolta,
realizzata fra mille difficoltà e grazie all’aiuto delle
organizzazioni umanitarie e religiose, fra cui “Amade”,
l’ente benefico fondato da Grace di Monaco, ora presieduto da
Caroline, che ha recentemente visitato il paese (il modo migliore
per festeggiare i suoi 50 anni).
L’altro passo importante è stata l’integrazione
degli ex guerriglieri nell’esercito, adesso veramente interetnico,
e l’accordo firmato con l’ultimo gruppo armato in azione,
che risale a pochi mesi fa. Adesso la pace sembra davvero totale,
anche se gli equilibri sono ancora assai fragili. E non mancano ombre
pesanti anche sul nuovo corso. Le organizzazioni per i diritti umani
infatti lamentano una tendenza autoritaria che si starebbe affermando
con il nuovo presidente. Il caso più clamoroso ha riguardato
l’arresto dell’ex presidente Ndayizeye, accusato di ordire
un complotto contro il nuovo governo. Stessa sorte è toccata
a diversi giornalisti, colpevoli soltanto di avere espresso critiche
o avere denunciato casi di corruzione, che è ancora molto diffusa
nella politica burundese. Evidentemente Nkurunziza (il cui nome significa
“Lieto annunzio”) si porta dietro più l’imprinting
dell’ex guerrigliero che non quello del professore. O forse
si avverte ancora troppa tensione per avere atteggiamenti sufficientemente
liberali. In Africa ci vuole molto poco per trasformarsi da presidenti
in dittatori. Però è più difficile farlo quando
il popolo ha già percorso un cammino democratico che tende
a diventare irreversibile. Certo, la costituzione burundese ha tentato
di risolvere il problema etnico in modo anomalo, istituzionalizzando
le rappresentanze di hutu e tutsi al 60 e al 40 per cento, invece
di cercare di cancellare la differenza. Difficile dire però
se sia meglio la soluzione ruandese: ogni distinzione fra hutu e tutsi
è stata abolita, il che è bene; ma di fatto il potere
è in mano ai tutsi di Paul Kagame, che viene eletto in elezioni
farsa e che è pronto a neutralizzare ogni potenziale avversario
politico con l’accusa di “incitamento all’odio razziale”.
Diversi anche i modi dei due paesi di rielaborare il passato. In Burundi
si va verso l’istituzione di una commissione “Verità
e Riconciliazione” sul modello di quella sudafricana, per portare
a galla tutte le responsabilità nei fatti di sangue dall’indipendenza
a oggi. In Ruanda alla fine si sono sovrapposte due strade: una internazionale,
con il Tribunale speciale dell’ONU di Arusha, che ha già
emesso diverse condanne per il genocidio del 1994; e una interna,
che ha visto il governo ruandese delegare ai tradizionali tribunali
dei villaggi, i cosiddetti “gacaca”, una giustizia che
non riusciva più a gestire, considerato il numero enorme di
persone coinvolte. L’approccio tradizionale alla “verità
e riconciliazione” sembra funzionare: la grande maggioranza
dei due milioni di profughi ruandesi è tornata a casa. Una
piccola parte (circa 30mila) vive ancora in Burundi, mentre lo stesso
Burundi aspetta il rientro di alcune centinaia di migliaia di rifugiati
dalla Tanzania. Il paese, già estremamente povero, è
stato colpito lo scorso anno da una grave siccità, che ha reso
reale lo spettro della fame per gente che normalmente non aveva questo
tipo di problema. La piccola nazione africana deve anche lottare contro
il flagello dell’AIDS, che colpisce un adulto su cinque, almeno
nelle zone urbane. Insomma, la strada del nuovo Burundi è tutta
in salita. Ma sarebbe ingiusto non considerare il grande sforzo fatto
dai burundesi negli ultimi anni, con risultati, sul piano politico,
definiti “miracolosi” dagli esperti internazionali. L’Africa
dimostra ancora una volta che risalire dall’inferno si può.
E che non c’è delitto che non possa essere perdonato.
Cesare Sangalli
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